LE NOSTRE BIRRE

PRODOTTO ARTIGIANALE ITALIANO

CéLEZA 2.0

German Export

Mà•Tì

American Pale Ale

RUà

American Black IPA

CHI SIAMO

DALL'HOMEBREWER AL BEERFIRM

Innanzitutto ci presentiamo. Liberato Manna (Io) 38enne grafico pubblicitario. Mimmo Puorro anch’egli 38enne imprenditore. Viviamo in provincia di Avellino. Ariano Irpino, cittadina di 24mila abitanti situata sui monti irpini. Non c’è nella nostra zona una forte tradizione birraia. Prevale più l’aglianico che i gusti maltati di una birra. Nonostante ciò non ci siamo arresi e abbiamo fatto della nostra passione un secondo lavoro. Ho iniziato (Liberato) un po’ come fanno tutti. Kit luppolati, varie “cotte” preparate in cucina con i canonici 23 litri. Ho iniziato ad apprezzare la birra artigianale proprio in concomitanza della mia prima esperienza da homebrewer. Venne organizzato il Master Birra primo livello dal fiduciario Tonino Ferrante (Slow Food Colline Ufita e Taurasi) tenuto da Alfonso Del Forno. Fu in quell’occasione che la passione si incrementò in modo esponenziale. Dal kit al primo impiantino BIAB, ai fermentatori in acciaio troncoconici e la camera di fermentazione. Insomma, volevo iniziare a fare sul serio qualche ricetta allgrain e soprattutto fermentarla secondo i canoni. E così fu. Le prime fasi non furono facili. Problemi in mash, temperature sbagliate in fermentazione ecc. Grazie alla rete, ai forum e all’amico Antonio De Feo molto più pratico di me, le cose hanno iniziato a prendere la loro forma. Durante i miei vari tentativi di dare una “quadra” a queste ricette, feci assaggiare una delle mie produzioni all’amico Mimmo. Già amante della birra artigianale, rimase molto colpito del risultato, tant’è vero che iniziò a seguirmi nelle mie sperimentazioni domenicali. A distanza di qualche tempo, dopo esserci resi conto che avevamo un prodotto più che dignitoso, venne fuori l’argomento beerfirm. Non ci mettemmo molto a decidere. E iniziammo questa avventura. La cosa che più mi affascina in questo “lavoro” è come i malti, i luppoli, i lieviti, le spezie, se ben bilanciati, diano vita ad una sorta di alchimia. L’odore stesso che viene fuori durante la prima gittata di luppolo in boil è qualcosa di estasiante. Realizzare una birra partendo dalle materie prime, “sentirla” gorgogliare per poi berla dopo settimane di attesa è molto soddisfacente. Sicuramente essendo una beerfirm siamo limitati da vari fattori. Per quanto riguarda la produzione: ci siamo anche noi durante la cotta, assaggiamo il mosto, valutiamo la densità ecc, ma nulla più. Per non parlare della fermentazione. È praticamente tutto in mano al birraio, e quindi dobbiamo avere grande fiducia della sua arte e della sua professionalità. Ma oltre all’aspetto prettamente lavorativo e professionale, deve crearsi un rapporto amichevole, quasi familiare, perché in fin dei conti la ricetta sarà anche un po’ sua. Un altro aspetto negativo della beerfirm è la difficoltà sulla logistica. Mi spiego. Per quanto possibile cerchiamo sempre di avere prodotto disponibile, ma non potendo decidere quando produrre dobbiamo per forza di cosa affidarci ai tempi del birrificio ospitante. Ci è anche capitato che a causa di un guasto importante all’impianto la cotta della nostra Mà-Tì sia slittata di qualche settimana. Abbiamo iniziato precisamente il 24 settembre del 2015. Lo ricordo bene perché è stata la nostra prima fattura emessa. Contiamo di produrre tra la Cèleza, la Màtì (APA) e la (ancora in fase di progettazione) Ruà (American IPA) per il 2016 un totale di 12hl, per il 2017 almeno il doppio. Molto dipenderà dagli impegni che i nostri rispettivi lavori prendono durante la giornata. Spesso risulta difficile conciliare entrambi, ma è talmente tanta la voglia e la passione che vi riponiamo che sembra venga tutto molto naturale. Probabilmente pensare di fare due lavori per sempre non è cosa realisticamente possibile. Arriverà, speriamo, il giorno in cui ci saremo fatti un nome, un ventaglio di referenze e clienti importanti, e decideremo di vendere il nostro piccolo impianto pilota per prenderne uno più grande e produrre direttamente noi. Sicuramente ci sono pro e contro nella beerfirm così come nel possedere un impianto proprio. Come ben sappiamo, le nostre produzioni non hanno tutte lo stesso successo. Proprio perché non tutti preferiscono una kolsch ad una APA o ad una IPA o viceversa. Ci sono birre che si vendono di più, altre meno. Anche per questo avere un impianto proprio risulterebbe conveniente. Si riuscirebbe a gestire meglio il processo di produzione e soprattutto la quantità di ogni birra da produrre. Ma per adesso abbiamo ancora tanta strada da fare. In fin dei conti in questo settore non si finisce mai di imparare. Abbiamo avuto molti apprezzamenti nonostante siano solo 5 mesi che siamo in questo ambiente. Puntiamo molto sulla Mà-tì perché è una birra su cui abbiamo lavorato tanto. Anche sulla Ruà, ancora in fase di “test” proprio perché non abbiamo ancora trovato un gusto che ci soddisfi. Ma è proprio su questa American IPA che puntiamo. Crediamo possa essere la nostra birra dal valore aggiunto. Che sia riconoscibile quando bevuta ad Ariano Irpino come a Bolzano. Non siamo pretenziosi, ma la nostra idea è quella di non fermarci mai, di rendere la nostra birra di qualità assoluta. Restando sempre degli homebrewer. Quando abbiamo scelto i nomi delle birre è stato un processo molto ma molto lungo. Un po’ per non sfociare nella banalità, un po’ per mantenere un legame con il territorio. Come per la Cèleza dove l’accento sulla prima vocale è voluto; non si pronuncia, infatti, in spagnolo, come qualcuno fa, perché in realtà si tratta di un termine proveniente dal nostro dialetto: Cèleza , ossia l’albero del gelso. L’idea ci è venuta proprio perché quando abbiamo assaggiato la terza cotta pilota lo abbiamo fatto in giardino. Era estate. E sotto al Gelso c’era l’ombra. La prima sensazione è stata proprio il sapore dei gelsi. Freschi, estivi. La Mà-tì invece è un tributo alla figlia di Mimmo. Si chiama Matilde, ma dalle nostre parti si tende a mangiare le parole anche nei nomi. “Matì, vieni qua!” Questo più o meno il senso. La Ruà invece sta per “Ruagnare”. “Li Ruagnare” sono un antico quartiere di Ariano dove ho sempre vissuto e vivo (Liberato), dove tanti anni fa vivevano i ruagnari, ovvero artigiani della maiolica e quindi della creta. Il colore, di un ambrato carico, mi ricorda molto il colore della creta. E il nome Ruà è stato deciso quasi di getto. Altro argomento dibattuto: il nome. Venti15Brewing è semplicemente il nostro progetto iniziato nell’anno 2015. Al centro del logo c’è il particolare di una mattonella in maiolica (che ho stilizzato) custodita al Museo Civico di Ariano Irpino. Resta il fatto che, al di là di un nome più o meno accattivante per noi l’importante è quello che c’è nella bottiglia e non fuori. Certamente per il futuro il progetto più importante sarà quello di incrementare la produzione, di esportare, di conoscere sempre più addetti ai lavori e non. Partecipare a fiere importanti ed eventi di settore. Sentiamo forte la necessità di far conoscere il nostro prodotto ovunque. Abbiamo assaggiato molte birre finora, e non sono mai troppe. Leggevamo una statistica sui birrifici e beerfirm in Italia. Quasi 1000. Probabilmente almeno la metà di questi lavorano sul proprio territorio, mentre altri hanno fatto passi da gigante e altri ancora tanti passi indietro prossimi alla chiusura. Ecco, probabilmente questo ci fa più paura. Non esagerare con i passi che facciamo. Come detto prima, abbiamo tanto da imparare e ce la mettiamo tutta per farlo. Siamo del parere che in Italia ci siano tanti piccoli birrifici che producono birre straordinarie, forse troppo all’ombra di grandi realtà. L’augurio è che tra qualche anno anche questi piccoli produttori, noi compresi, possano avere le dovute attenzioni e riconoscimenti. Noi ce la mettiamo tutta. (Intervista di Christian Schiavetti, Giornale della Birra)